Caduto subito nel dimenticatoio come le tante idee velleitarie partorite senza costrutto, tre anni fa fu brevemente di attualità anche lo strampalato progetto di trasformare la Piave nel Louvre italiano. Un “museo dei musei” che avrebbe dovuto ospitare le opere d’arte conservate nei magazzini dei musei italiani e non esposte al pubblico. Il sogno di una notte di mezza estate era stato partorito dalla fervida mente dell’ex sindaco Franco Raimondo Barbabella e l’iter seguito da questo capriccio dimostra chiaramente come continui a funzionare in questi anni di declino il “Sistema Orvieto”. Dunque Barbabella si alza una mattina dopo aver sognato il Louvre a piazza Cahen ed inizia un battage promozionale intorno alla sua visione. Il nome è evocativo il “Musei dei tesori nascosti”. Un consigliere regionale amico sposa il vaneggiamento e dice che secondo lui si può fare. Ovviamente non si pensa a realizzare un minino studio di fattibilità seppur in bozza, non si immagina neanche lontanamente di elaborare un piano economico e finanziario, non si lavora a mezzo progetto di riqualificazione, non si parla con nessun dirigente del ministero dei Beni culturali per appurare se ci sia un interesse di massima a sostenere quella che sarebbe stata una operazione di carattere nazionale, non si acquisisce nemmeno mezza disponibilità da parte di qualche direttore di importanti musei italiani e cedere eventualmente qualche sua opera. Come se i direttori dei nostri musei nazionali non aspettassero altro che mollare senza colpo ferire al primo venuto una parte del proprio patrimonio accumulatosi nel tempo attraverso vicende tortuose e spesso affascinanti.
Non si cerca di creare un consenso preventivo rispetto ad una intuizione che avrebbe potuto pure avere gambe per camminare a patto di non diventare subito un proclama vuoto e un vessillo da esibire, ma avesse avuto alle spalle un lavoro preliminare di natura urbanistica, finanziaria e politica. Insomma un minimo di istruttoria come fanno anche quelli che vogliono aprire un negozio.
Non si fa dunque niente di tutte quelle cose sensate che dovrebbero anticipare un piano del genere. Ci si comporta come al bar del paese dove tra un video gioco e una partita di pallone alla pay tv si continua a dire da 25 anni “Io alla Piave ci farei…”. Insomma un’idea allo stato embrionale e potenzialmente interessante intorno alla quale si sarebbe dovuto costruire un contesto di fattibilità, ma i comportamenti seri nella Orvieto del declino non hanno cittadinanza. L’ex sindaco porta il suo progetto campato per aria subito in consiglio comunale.
Il centrodestra spaesato per non aver mai avuto mezza idea sulla Piave, inizialmente si rende conto dell’aria fritta di cui si parla, ma poi la paura di finire scavalcato a sinistra da parte di chi stava dimostrando di avere almeno mezza idea in croce lo porta ad approvare quel tema da seconda elementare che da allora figura come un impegno ufficiale da parte dell’istituzione. Venti consiglieri comunali assistono alla esposizione di quel campionario di astrattezza e nessuno che abbia alzato una mano a dire che, messo in quel modo, si trattava di un vaneggiamento.
Ovviamente da allora ad oggi nessuno ci ha lavorato, nessuno ci ha messo la testa, nessuno ne ha mai riparlato. Nessuno ha mai spiegato se si sia tenuto o meno e con quali esiti un incontro con un dirigente ministeriale per discutere dei fondi Pnrr. Se il progetto del Louvre a piazza Cahen è stato approvato con voto unanime per quale motivo non è stato portato avanti? Il centrodestra lo ha votato per paura e non lo ha mai ripreso, il centrosinistra lo ha ignorato e Barbabella l’ha forse dimenticato. Abbiamo giocato, abbiamo passato qualche mese con le solite chiacchiere inconcludenti.
Improvvisazione, pressappochismo, mancanza di metodo, manie di protagonismo, timore di fare le figuracce, paura di sbagliare. Quanto accaduto tre anni fa continua ad essere lo specchio di come funziona a rovescio una città priva di vera leadership politica intesa non come guida individuale, ma come gruppo dirigente formato dai cittadini più motivati e disponibili a lavorare per il bene comune. La politica politicante della città è fallita ormai da vent’anni e le poche energie rimaste si trovano solo nella società civile. Prima lo capiremo e prima incominceremo ad elaborare la strategia per uscire da questa lunga e avvilente crisi.