





Ci sono passati Giulio Tremonti e Nino Benvenuti, Pupo, Giovanni Trapattoni e Tarcisio Burgnich oltre a migliaia di altri ragazzi che hanno fatto lì il servizio militare tra il 1946 ed il 2002. Nessuno però ha portato l’esperienza della naja trascorsa nel casermone della Piave al centro della letteratura come fece nel 1982 Pier Vittorio Tondelli con il suo libro autobiografico “Pao Pao” (acronimo che sta per Picchetto Armato Ordinario, ovvero il servizio di difesa armata della caserma). In quell’anno Tondelli era reduce dal travolgente successo del suo esordio letterario (“Altri libertini”) il libro scandalo pubblicato da Feltrinelli due anni prima che era stato sequestrato per oscenità dal procuratore dell’Aquila e che aveva avuto un exploit tale tra il pubblico giovanile dall’essere a posteriori considerato un ritratto generazionale. Bei tempi quelli in cui i libri erano ancora considerati mezzi significativi a tal punto da suscitare reazioni del genere. “Altri libertini” che ebbe una successiva vita editoriale grazie a Bompiani che lo ripubblicò depurato dalle bestemmie, è un racconto in sei episodi che vede protagonisti alcuni giovani le cui vite si svolgono tra Amsterdam e Londra, droghe, lotte studentesche, ricerca forsennata della libertà e della propria identità. Le vendite erano state sorprendenti e Feltrinelli insistette particolarmente con Tondelli, emiliano di Correggio che all’epoca aveva 26 anni, per fargli pubblicare a spron battuto un secondo libro nel tentativo di replicare quel successo.
Nacque cosi “Pao Pao” ispirato dalla sua sgangherata, disperante e semicomica esperienza in grigioverde, la prima parte della quale si era svolta alla Piave di Orvieto prima del trasferimento a Roma dove terminerà il servizio militare. Per i ventenni di oggi che avessero qualche curiosità su cosa abbia significato la vita in caserma per i militari di leva, le pagine di “Pao Pao” sono forse le più istruttive nella memorialistica militare, ma tutt’altro che marziale, della nostra letteratura.
“Allo spaccio che sta dalla parte opposta al salone-palestra e in cui non posso entrare perché ancora in borghese, stanno gruppetti di najoni rancidi, incartapecoriti e brutti. Mi chiedo se diventerò sporco e zozzo come loro, con quel colorito grigio scuro sulla pelle che ogni soldato mette dopo non più di una settimana di caserma, il colorito delle notti insonni, delle docce che non funzionano, dell’acqua gelida dei lavatoi, il colorito della inappetenza, dello svaccamento, della ripulsa, dei malanni, delle nostalgie, della promiscuità, dei vincoli, della subordinazione. Il colorito di un prigioniero. Loro mi guardano strafottenti, sono solo una recluta, una spina e valgo meno di niente“.
Pratiche degradanti, sadismo nobilitato dalla gerarchia, punizioni ingiustificate, cibo scadente, caporali tiranni, piccoli escamotage per sopravvivere in un ambiente ostile costruito senza logica e casomai con una volontà punitiva. La vita della recluta è stata questa e Tondelli l’ha raccontata con lucido e illuminante realismo, condendola con le pulsioni erotiche e il diario di avventure e disavventure sessuali che lui, omosessuale dichiarato, racconta con un linguaggio che all’epoca apparve dissacrante e provocatorio, ma che oggi è diventato lo standard lessicale dell’italiano medio.
La Orvieto degli anni Ottanta emerge dal racconto che l’autore fa delle sue quotidiane libere uscite per la città. “Il percorso che ora preferisco mi porta lontano dalle viuzze strette di Orvieto percorse da bande di najoni, da dialetti contrastanti, da gruppi folkloristici e regionali….preferisco andare verso l’antica porta di Orvieto, di lato al pozzo di San Patrizio, rasentare le mura medievali e scendere il viottolo che porta a valle“.
Poi elenca i ristoranti che frequentava con piacere. “Ci troviamo ogni serata di libera uscita per pranzare in qualche osteria, da Sciarra, alla Gitana, alla Mezzaluna, all’Orso Bianco, all’Oste Secco.” Tondelli incontra e descrive anche alcuni coetanei orvietani, pure loro costretti nella gabbia della Piave. Imboscati compresi. Tra di essi uno “che ha un fisico della madonna, alto e perfetto e un viso aguzzo da californiano. Questo gioca a tennis al Circolo ufficiali col capitano, va a nuotare alla Smef ogni giorno e fa il suo jogging ogni mattina. Ma se lo può permettere, talmente bello e disteso che ti basta guardarlo cinque minuti per far andare bene la tua giornata”. Bellissimo e compassionevole il ritratto del molto meno fortunato Rotundo “braccato dalle leggi della sopravvivenza“.
C’è poi il Gatto Alessio che “è piccolo e barbuto e minuto e viene da un paesino vicino ad Orvieto che si chiama Allerona in cui mi inviterà una domenica di maggio“. Dopo l’esperienza orvietana, Tondelli consoliderà il suo ruolo di autore iconico del decennio grazie a romanzi molto più belli e maturi come “Rimini” e continuera’ la sua attività di sperimentazione artistica anche nel teatro fino alla morte prematura che lo colse nel 1990 ad appena 35 anni. Fu uno dei primi personaggi italiani a perdere la vita per l’Aids, la peste di quegli anni sfolgoranti. Con lui si spegneva la voce sfrontata di un intellettuale irriverente e fortemente innovativo. Un uomo che ha vissuto all’insegna della libertà ed è rimasto fedele a stesso in quel decennio oggi molto rimpianto, ma nel quale serviva ancora molto coraggio per farlo.