Dal libero Comune alla Signoria di Monaldeschi. Torna un classico della storiografia orvietana

Il periodo più importante nella centenaria storia di Orvieto rivive con straordinaria efficacia nel saggio di Giuseppe Pardi, “Orvieto, dal libero Comune alla Signoria di Ermanno Monaldeschi” pubblicato per la prima volta nel 1916, ma che resta ancora oggi un testo insuperato per capacità di sintesi e profondità di analisi. Il libro, proposto in una nuova edizione da Intermedia Edizioni sarà in libreria e in distribuzione nazionale a partire da venerdì 25 marzo. Nell’illustrare il passaggio dal libero Comune all’avvento della Signoria, l’autore inquadra il caso di Orvieto in quel processo storico generalizzato che coinvolse tutte le realtà del centronord tra le fine del 1200 e l’inizio del 1300 con la trasformazione dei liberi Comuni in Signorie, ma al tempo stesso, ci spiega le peculiarità della vicenda orvietana, del tutto diversa da quella di analoghe città che pure assistettero a questa progressiva metamorfosi politica e sociale.

La Signoria si instaura ufficialmente in Orvieto nel 1334 ad opera di un leader di straordinario carisma quale Ermanno Monaldeschi, sicuramente il personaggio di maggior rilievo dell’epoca, ma sarà caratterizzata da due elementi determinati quali il suo carattere mimetico ed apparentemente rispettoso delle tradizioni repubblicane e la sua brevissima durata a causa della morte di Monaldeschi, avvenuta appena tre anni più tardi. Nelle pagine di Pardi rivivono tutte le fragilità e gli ineluttabili motivi di debolezza che portarono alla liquidazione del Comune inteso come forma di governo autonomo e “democratico”.

Se è vero che tutti i Comuni italiani finirono per cadere sotto il controllo di un signore e poi della sua casata a causa della loro endemica incapacità di istituzionalizzare e gestire a livello politico i fortissimi contrasti che sconquassavano le società locali, allo stesso modo si deve notare come la conflittualità che dilaniava Orvieto ebbe un carattere del tutto particolare e caratterizzato dall’eccezionale intensità, tanto da poter essere identificato per un lungo periodo come un vero e proprio tragico carattere distintivo della città. Rientrano in questa dimensione le terribili stragi dell’agosto del 1313 cosi come gli ininterrotti e devastanti scontri tra i rami degli stessi Monaldeschi che arrecarono morte e distruzione, azzerando ogni grandezza della città, fino al 1354 quando a porre fine alla spirale di cieca violenza intervenne l’ingresso di Orvieto nell’orbita di controllo dello Stato della Chiesa.

Gli odi interni e la costante instabilità avevano del resto ostacolato a lungo anche l’ascesa al potere dello stesso Ermanno Monaldeschi il quale, a differenza di altri signori italiani, non potè contare neanche sull’appoggio della sua classe sociale, quella della nobilità guelfa, divisa dal rancore verso i Monaldeschi di potenti famiglie un tempo loro alleate come i Montemarte e dalle feroci rivalità tra i numerosi esponenti dei Monaldeschi stessi.

Lasciando intravedere sullo sfondo della narrazione questioni fondamentali come la lotta senza quartiere alla diffusa eresia catara dei Patarini che si intreccia con il declino della potente famiglia ghibellina dei Filippeschi e la cruciale decisione di avviare la costruzione del duomo, Pardi ci fa comprendere questo snodo essenziale della storia di Orvieto grazie ad una panoramica capace di tenere insieme la collocazione geopolitica della città nel contesto dei poteri dell’epoca, le sue dinamiche sociali contraddistinte anche dall’irrilevanza della classe borghese, la dimensione politica, il quadro economico, la natura interessante ed antimoderna del patriottismo medievale, l’aspetto militare e, ultimo, ma non certo per importanza, la politica fiscale adottata dal primo ed ultimo signore di Orvieto per sostenere la sua campagna militare finalizzata alla riconquista della Maremma.

A questo conflitto, finora poco indagato dalla storiografia, è oggetto del volume “Le Falkland, la guerra di Margaret Thatcher” di Roberto Semprebene, edito da Intermedia Edizioni.  La guerra delle Falkland ha evidenziato l’emergere di una serie di controversie che non erano legate al contrasto est-ovest e che non si sarebbero potute risolvere secondo la logica del confronto tra i due blocchi, in un’anticipazione di quella che sarebbe diventato il tema principale delle relazioni internazionali: il rapporto tra paesi del nord e del sud del mondo.

Ma per quale motivo l’Argentina decisa di invadere quelle isole? Al centro di questa che sembrava in realtà una decisione non molto azzardata dal punto di vista chi la mise in atto ci furono le grandi difficoltà che stava vivendo alla vigilia dle conflitto la Giunta militare argentina, al potere nel paese. Innanzitutto si trattava di fronteggiare il diffuso malcontento per le condizioni socio-economiche in cui si trovava il paese e soprattutto gli strati meno ricchi della popolazione, alle prese con inflazione galoppante e una guerriglia di tipo politico sempre più diffusa. Il regime militare che restò al potere dal 1976 al 1983 dopo aver destituito Isabellita Peron, ultima moglie di Juan Domingo Peron, aveva infatti una pressante esigenza di creare un diversivo e cercare una strada per conquistare il consenso. L’opinione diffusa nei vertici militare era dunque quella di ritenere che l’Inghilterra non avrebbe impegnato le proprie forze armate per difendere quelle sperdute isolette dove vivevano appena 1800 abitanti. Il premier inglese Margaret Tatcher vide però nell’aggressione argentina alle Falkland il pretesto per innalzare la bandiera dell’orgoglio nazionale, mortificato dalla fine dell’impero nel dopoguerra oltre che umiliato dalla crisi di Suez del 1956.  Anche il governo inglese aveva bisogno di un bagno di consenso in un periodo in cui le riforme all’insegna del liberismo e dello smantellamento dello stato sociale che sarebbero divenute il marchio di fabbrica della Tatcher non avevano prodotto risultati economici, ma al contrario, causato malcontento e proteste. Nello stesso modo, il contesto geopolitico internazionale era tale da non poter restare inerme di fronte ad una iniziativa militare e politica quale quella della Giunta argentina.  Dal punto di vista statunitense, l’invasione delle Falkland metteva in serio pericolo l’intero sistema latinoamericano che storicamente era la zona di maggiore influenza della superpotenza occidentale. Gli Stati della regione erano per la grande maggioranza coinvolti in situazioni assimilabili a quella argentina rispetto alle Malvine e alcuni di essi avevano ripetutamente minacciato di ricorrere alla forza per risolverle. Una legittimazione dell’impresa argentina o anche solo una mancata presa di posizione contro di essa sarebbe divenuta un pericoloso precedente: molti altri stati avrebbero tentato di risolvere le proprie controversie territoriali ricorrendo alle armi, ponendo il continente in una condizione di grande instabilità generale e Washington avrebbe corso il serio rischio di perdere il controllo sulla regione.

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